Il Movimento Umano con la “M” maiuscola

 In Logiche non convenzionali

La Goccia nell’Oceano

In questo articolo abbiamo voluto intervistare Stefano Spaccapanico Proietti, ideatore e responsabile scientifico di Movimento Biologico per approfondire il concetto di Movimento Umano. Nell’immaginario collettivo, il movimento è associato solo all’idea di fitness, di esercizio fisico, di sport. Come ci indica Stefano, però, esso è molto di più.

È un processo ancestrale che sta alla base di ogni manifestazione. Nella categoria “logiche non convenzionali” lo scopo è quello di andare a scardinare il mono-pensiero, proponendo una visione “altra” che possa far allargare gli orizzonti e, di conseguenza, portare ad operare scelte più consapevoli.

Prima di addentrarci nel vivo dell’argomento vogliamo chiarire le motivazioni per cui abbiamo scelto di intervistare Stefano. La sua formazione interdisciplinare che spazia dalle scienze motorie alle neuroscienze, dalla fisioterapia all’osteopatia, dall’antropologia alla filosofia e il suo percorso professionale di altissimo profilo, ci consentono di avere una visione complessa e non riduzionista di quello che è il Movimento Umano.

Buona lettura!

Indice

Il Movimento Umano nella sua accezione profonda

Uno dei “motti” di Movimento Biologico è “moveo ergo sum” (mi muovo e quindi sono). Puoi dirci qualcosa a riguardo?

movimento umano corpo

Si tratta di un’evoluzione del noto aforisma cartesiano cogito ergo sum che nasce con l’obiettivo di rendere le Persone coscienti dell’importanza esistenziale del Movimento Umano. Per il modello culturale in cui siamo immersi, per l’educazione che abbiamo ricevuto e per i paradigmi comunicativi che subiamo, il Movimento è associato, dalla maggior parte della popolazione, all’idea di sport, di fitness, di esercizio fisico: è tutto lì.

Il Movimento è ridotto e banalizzato a strumento per bruciare calorie, tornare in forma, gareggiare con se stessi, competere con l’altro, intrattenersi nel tempo libero. Non che tutto questo non sia utile, tuttavia è decisamente insensato considerare il movimento per queste sole finalità, rispetto all’ampio ventaglio di potenzialità che esso potrebbe manifestare.

Il Movimento Umano – quello con la “M” maiuscola – è la più importante Funzione fisiologica del nostro organismo. È la funzione che ci permette:

  • la sopravvivenza biologica (senza Movimento non potremmo nutrirci e respirare);
  • la conoscenza e tutte le altre funzioni cognitive (la capacità di fare esperienza del mondo è legata alla nostra capacità di muoverci, esplorare, manipolare, interagire);
  • la comunicazione (parlare è un atto motorio, come scrivere e leggere);
  • l’espressività (i gesti che corroborano le parole e tutto il linguaggio del corpo, sono espressioni di movimento);
  • l’emotività (le reazioni emotive si manifestano nel corpo attraverso parametri che modificano il movimento; è esperienza comune sentirsi “chiusi in se stessi” o “aperti al mondo”…chiudersi o aprirsi con il corpo che siamo, sono atti motori)

Quindi, il Movimento è qualcosa di molto più “complesso” dell’allenamento, dello sport, del fare pesi, del crossfit. Il Movimento è la matrice che genera tutte le sue parzializzazioni. Il running, il fitness funzionale, la zumba, lo spinning, le spartan race, e qualsiasi altro “fenomeno” dell’industria del “wellness” sono parzializzazioni del movimento.

Il Movimento Umano, correttamente concepito e proposto, in chiave integrale, è un processo pedagogico in grado di educare tutte le dimensioni della personalità: organica, cognitiva, espressiva, comunicativa, relazionale, emozionale, spirituale.

È un processo in grado di farci abitare il corpo che siamo. In estrema sintesi: ciò che siamo dipende da come ci muoviamo. Come ci muoviamo condiziona ciò che siamo. Per questo possiamo tranquillamente affermare moveo ergo sum.

Perché il fitness e lo sport non educano

Potremmo dire che fitness e sport non creano evoluzione nell’Uomo, per come sono concepiti attualmente? Secondo te possono essere considerati pienamente educativi?

Direi che basta osservare la realtà per esserne persuasi. Essere fit, dovrebbe significare, proprio per l’etimologia di questo termine, essere “adattabile”, plastico, plasmabile, capace di incarnare la soggettività che coincide con la corporeità. Invece, purtroppo, il corpo che muove il fitness è un corpo che tende ad essere adattato: viene “costruito”, ri-costruito, modellato, iper-trofizzato, ri-composto… Si pensi che quello che un tempo era chiamato dimagrimento, oggi è appellato con il termine di “ricomposizione corporea”.

movimento umano uomo

Un corpo separato, non integrato, “scomposto”. Una via senza uscita, che trova la sua più “naturale” evoluzione nella medicina estetica pronta a nascondere gli effetti del tempo; capace di togliere ciò che riteniamo sia in eccesso ed aggiungere ciò che è in difetto.

Nello sport, l’agonismo e la competizione hanno raggiunto livelli insostenibili, il corpo è una macchina da performance e nulla più. Quando sento dire che lo sport educa, che il fitness crea benessere, mi chiedo come si faccia a non vedere il paradigma parziale e, a tratti, diseducativo che lo caratterizza.

Dov’è “il buono” in un corpo da addomesticare ai canoni estetici del momento? Dov’è “l’etico” in un corpo-macchina che alleniamo ossessivamente per limare qualche minuto in una maratona?  Dov’è “il sano” in un corpo incapace di sentire se stesso perché anestetizzato tra specchi, musica, corpi in mostra, narrazioni di record, immagini da inseguire? Dov’è “il vero”? Dov’è il ben-essere? Dov’è la salute, questa parola magica perennemente utilizzata per corroborare tali pratiche?

Possiamo “raccontarcela”, possiamo aprire un grande ombrello di belle parole e metterlo sopra la nostra testa per creare degli alibi a questa deriva oppure, come personalmente mi sento di fare, possiamo vedere le cose così come sono: il mondo del fitness e dello sport, non ha più al proprio “centro” l’uomo e i suoi bisogni, è diventato un’industria che, come qualsiasi altro fenomeno capitalista, ambisce a creare consumatori di beni, servizi, abbonamenti.

È un’industria che crea falsi bisogni e convinzioni al fine di vendere i propri “prodotti”.

La prima cosa che vedi quando entri in una palestra è una vetrina di barrette, aminoacidi, creatina, proteine in polvere che ti vengono proposte convincendoti che per “diventare muscoloso” o “dimagrire” ne hai bisogno. Poi, passeggiando negli stessi spazi, ti accorgi dell’omologazione “estetica” di quei corpi: leggins iper-aderenti per lei e canottiere per lui, abbronzatura costante anche d’inverno per lei e tatuaggio in bella vista per lui e allora, magari, ti persuadi che quella sia la “normalità”, ciò che devi diventare per sentirti realizzato.

Se invece di andare in palestra decidi di iniziare a correre, cambia poco. Avrai il tuo collega d’ufficio che, sedicente esperto di running, ti suggerirà l’ultima scarpa tecnologica con suola in carbonio a memoria variabile, ti farà scaricare l’app che monitora frequenza e ritmo di corsa.

Poi, uscendo a correre, incontrerai altri podisti che ti suggeriranno calze compressive, magliette termiche, plantari e chissà quanti altri gadget.

Ma davvero possiamo ancora credere che la meraviglia che è il nostro corpo possa essere ridotto a questo livello? Possiamo ancora alimentare il modello di corpo da “esibire” del fitness e di corpo da “performance” dello sport? Possiamo ancora pensare che ci possa essere evoluzione in tutto questo?

Possiamo ancora concepire luoghi in cui anziché educare le persone a stare bene con il proprio corpo così com’è, onorandolo, curandolo con empatia ed attenzione, abitandolo in ogni sua cellula, si persegua l’idea di “essere in forma”? Possibile che non capiamo che rincorrere la forma allontana dall’essenza?

Possiamo ancora pensare di alimentare un’industria che anziché insegnarci come rendere il nostro piede più “intelligente” attraverso pratiche, esperienze, tecniche, ci vuole convincere che esista una scarpa “intelligente”? Possibile che non capiamo che non esiste una scarpa intelligente per un piede instupidito dall’involuzione prodotta dalla scarpa stessa? Possiamo ancora pensare di dire ai nostri giovani che lo sport educa?

movimento umano corpi complicità

Come può un fenomeno basato sulla competizione educare? Come possiamo non vedere i prodotti di questa competizione? Come possiamo voltarci dall’altra parte per non guardare il doping dilagante tra gli sportivi amatoriali, la violenza dei genitori sulle tribune durante le partite dei propri figli, il bullismo verso i propri compagni “incapaci” di performare in allenamento? Possibile che non capiamo che è la cooperazione che dobbiamo insegnare e non la competizione?

Credo che, se vogliamo davvero riappropriarci della possibilità di evolvere come Esseri Umani, dobbiamo contaminare il fitness e lo sport di valori più etici, più biologici, più “veri” e creare un modello pedagogico differente, quello attuale è assolutamente insostenibile e, se non facciamo qualcosa, siamo complici di una deriva culturale già, purtroppo, dilagante.

Dobbiamo portare in questi contesti la relazione empatica tra corpi, l’educazione alla sensorialità e all’ascolto, dobbiamo togliere oggetti, macchine, orpelli e rimettere al centro l’uomo, formandolo, attraverso il movimento consapevolmente vissuto e praticato, all’armonia dei gesti, all’ascolto del flusso di energia cinetica delle azioni, al piacere sensoriale del movimento, in un processo spirale che lo porti dall’apparire all’agire e poi, dall’agire all’essere.

Dal corpo che ho al corpo che sono

Cosa significa “abitare il corpo”? Perché è così importante?

Per rispondere a questa domanda è necessario porsi un altro quesito: quando parliamo di corpo, di che “corpo” parliamo? Non vuole essere un gioco narrativo o dialettico, è un nodo focale per capire.

Possiamo pensare al corpo come “oggetto” intendendo il sistema biologico composto da una serie di sotto-sistemi (apparati, organi, tessuti, cellule, atomi) che interagiscono tra di loro al fine di garantire la sopravvivenza organica; oppure possiamo pensare al corpo come “soggetto”, dotato di affetti, valori, coscienza, emozioni, cultura, memoria, aspirazioni. Il corpo “oggetto” è l’organismo, è biologia, è “nuda vita”, è condizione necessaria, ma non sufficiente, per l’esistenza.

Il corpo che viviamo è sempre un corpo “soggettivo”, un corpo vissuto, vivo e vivente, animato dai modi che caratterizzano l’esistenza, non è mera biologia, è biografia! Abitare il corpo significa essere consapevoli che il corpo non è un “oggetto”. Io non “ho un corpo”, io “sono un corpo”. Se io sono cosciente di questo cambio di paradigma smetto di “guardare il corpo” alla ricerca dell’estetica ossessiva, di “usare il corpo” per una performance competitiva ed inizio ad “abitare il corpo che sono”.

Il corpo si abita prestando attenzione ai sensi, guardando con le orecchie, ascoltando con gli occhi, parlando con i silenzi. Si abita vivendo i verbi del movimento: tendendosi verso l’altro e chiudendosi in sé, esperendo la leggerezza e la pesantezza delle emozioni, toccando, rotolando, respirando…istante dopo istante, godendo del piacere derivante dal gusto di sentirsi a casa nel proprio corpo, privi di giudizio, di aspettative, di traguardi, di obiettivi: tutto è in quel corpo che basta a se stesso.

movimento umano persone sensi

Il ruolo del Movimento Umano

Qual è, secondo te, il ruolo che dovrebbe avere il movimento nella vita delle persone e quindi nella società?

Se è vero come è vero che “ciò che siamo dipende da come ci muoviamo”, intuiamo la risposta naturale a questa tua domanda.

Il ruolo del movimento è centrale nell’individuo e nella società. Cerco di spiegare meglio questa centralità approfondendo perché il “Movimento è vita”. «Vivere la condizione umana è vivere la corporeità». La nostra capacità di fare esperienza del mondo, dello spazio, del tempo, delle relazioni, delle emozioni, di noi stessi, dipende dal “corpo che siamo”. E il “corpo che siamo” è nato, cresciuto e maturato attraverso il movimento.

movimento umano corpi spazio persone

Il concepimento è un’espressione di movimento: la cellula uovo materna, nella sua quiete meditativa, riconosce ed accoglie l’esuberante spermatozoo che si è mosso verso di lei e da quell’incontro nasceranno tutte le cellule dell’embrione e del feto che, una volta venuto al mondo, imparerà a conoscere se stesso, l’altro e l’ambiente attraverso il movimento.

Imparerà il perimetro del proprio corpo attraverso le carezze della mamma; crescerà affinando la sua capacità di suzione; si svilupperà grazie alla capacità di iniziare a muoversi nello spazio, strisciando, gattonando e poi, finalmente, camminando. Muovendosi, imparerà a dominare l’equilibrio, a conoscere i concetti spaziali (sopra-sotto, dentro-fuori, alto-basso), temporali (prima-dopo, ora-ieri-domani), si relazionerà con l’altro attraverso il gioco, imparerà a simbolizzare, ad astrarre, ad associare parole e fenomeni, significati ed esperienze.

Non voglio dilungarmi oltre ma spero sia chiaro il senso di questa breve cronistoria: il nostro divenire adulti è, incontrovertibilmente, un processo di evoluzione motoria. Noi diventiamo ciò che siamo, attraverso le esperienze che facciamo e le esperienze che facciamo sono sempre, che ne siamo consapevoli o meno, esperienze motorie!

Quanto detto, non si limita solo all’età evolutiva ma si protrae per tutta la vita: la nostra postura, i nostri gesti, il nostro modo di camminare, di respirare, di esprimerci, di parlare, condizionano l’immagine che ciascuno ha di sé e che gli altri hanno di noi. Quindi, il nostro sé, che ha a che fare col nostro schema corporeo, ha inequivocabilmente a che fare con il nostro movimento. Quindi, va da sé che, per divenire la miglior versione di noi stessi, non possiamo che dare ad esso un ruolo centrale nelle nostre vite.

Dobbiamo imparare ad “educarci attraverso il movimento”. Dobbiamo prestare attenzione ad ascoltare, osservare, percepire e decodificare i nostri schemi di funzionamento per poterli armonizzare.

Da dove, ma soprattutto da chi iniziare

Quindi, alla luce di quanto dici, dove e come si potrebbe iniziare a proporre questa visione “altra” di movimento?

Credo che si debba ripartire dagli adulti per avere degli effetti positivi, tra qualche anno, sui bambini. I bambini rappresentano il futuro “potenziale”. Quando dico “potenziale” mi riferisco alla potenza intesa come possibilità, opportunità.

movimento umano bambini

I bambini hanno in sé qualsiasi possibilità, qualsiasi forma di manifestazione. Ciò che diventeranno dipende dalle esperienze che faranno o che, purtroppo, non faranno, e questo dipende, esclusivamente, dagli adulti che incontreranno. È per questo che ritengo fondamentale partire dagli adulti, perché essi hanno la responsabilità delle esperienze che potranno vivere i bambini.

Occorre educare i genitori, i nonni, i politici, i governatori, i sindaci, gli amministratori tutti, gli insegnanti, gli educatori, i docenti universitari, gli allenatori, persino i catechisti degli oratori…sono loro che faranno, o non faranno, muovere i bambini. Occorre far capire agli adulti l’importanza del Movimento Umano nella sua dimensione integrale, nel suo essere un potente strumento per educare tutte le dimensioni della Persona.

Ma non dobbiamo “spiegarglielo” a parole, con dati epidemiologici, con ricerche scientifiche, dobbiamo farglielo esperire perché possano “incarnare” nel corpo che sono la potenza del movimento intelligente, consapevole, etico, realmente funzionale all’evoluzione personale. Solo così, ri-educando gli adulti, responsabilizzandoli sul ruolo del movimento, questi potranno creare i presupposti per un sistema che “educhi i bambini attraverso il movimento”.

Tanto più questo intervento sarà istituzionalmente coordinato all’interno delle tre grandi realtà educative del mondo contemporaneo (famiglia, scuola e società sportive), tanto più queste tre entità utilizzeranno questo filtro per educare le nuove generazioni, tanto meno avremo bisogno di ricorrere a norme e regole.

Nel corpo vissuto, abitato attraverso il Movimento consapevole, ci sono già tutte le leggi, le regole, le norme. Se noi impariamo ad amare il nostro corpo, ad abitarlo, nell’accezione intesa fino ad ora, non potremo concepire concetti come bullismo e violenza di genere, perché questi sono il prodotto di una “oggettivazione” dei corpi. Sono i corpi “oggetto” che possono essere trattati come oggetti.

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